MAIKI Paikuli Project

Il monumento di Paikuli e la sua iscrizione

INTRODUZIONE

I l monumento sasanide di Paikuli sorge sui primi contrafforti occidentali dei Monti Zagros, in prossimità di uno dei passi che permettono l'attraversamento di questi rilievi montuosi e a metà strada tra l'odierno capoluogo provinciale di Sulaimaniyah e l'importante località archeologica di Qasr-e Shirin, in territorio iraniano. Nell'antichità questa zona si collocava al confine tra la provincia sasanide nota come Asurestan, dov'era situata la capitale Ctesifonte, e le regioni dell'altopiano iranico. In questo luogo i notabili dell'impero attesero l'arrivo di Narseh (293-302 d.C.) dopo la sua vittoria su Wahram III, per riconoscerlo come nuovo sovrano dell'impero sasanide. A memoria dell'avvenimento fu eretto un imponente monumento sulle cui pareti il sovrano Narseh fece incidere, a ricordo delle vicende che lo portarono al trono, una lunga iscrizione bilingue in medio persiano e partico che costituisce un documento di particolare importanza per gli studi di iranistica.

IL MONUMENTO DI PAIKULI

Il monumento di Paikuli fu edificato dal sovrano sasanide Narseh (293-302/3 d.C.) in una vallata sui contrafforti occidentali dei monti Zagros e sulle frange meridionali della catena del Qaradagh, circa una settantina di chilometri a sud della moderna città di Sulaimaniyah. Questo fu il luogo dove aristocratici e dignitari del regno sasanide attesero Narseh con lo scopo di giurare a lui fedeltà dopo un’accesa disputa dinastica. Al fine di commemorare la sua vittoria sui nemici usurpatori e la restaurazione dell’ordine sociale, Narseh fece incidere su due pareti del monumento una lunga iscrizione bilingue in mediopersiano e partico. Sebbene questa si presenti in una condizione frammentaria e con molte lacune, il suo contenuto rappresenta pur sempre una delle più ragguardevoli fonti primarie riguardanti la storia dell’Iran sasanide.

Paikuli il monumento sasanide. Resti archeologici Alla morte di Wahrām II (276–293) il suo giovane figlio Wahrām III (293), supportato da una fazione di corte guidata dall’aristocratico Wahnām, si impossessò della corona imperiale. In quel periodo Narseh, figlio di uno dei più celebri sovrani della dinastia sasanide, Šābuhr I (240-272), era viceré d’Armenia, un titolo spesso associato all’erede al trono. Venuto a conoscenza della successione manipolata in favore di suo nipote e incentivato dalle richieste di intervento a lui indirizzate da una parte della nobiltà, Narseh marciò con il suo esercito verso sud raggiungendo il passo di Paikuli. Il luogo probabilmente segnava l’ingresso nella provincia dell’Asōrestān, permettendo l’accesso alla capitale Ctesifonte; questo il fattore che avrebbe reso Paikuli un sito tanto ideale quanto simbolico. Qui infatti, secondo l’iscrizione stessa, Narseh incontrò una delegazione di Grandi del regno disposti a riconoscerlo come legittimo sovrano e a offrirgli la corona del regno iranico (Ērānšahr).

Il monumento fu molto probabilmente eretto durante i primi anni di regno di Narseh, forse fra il 293 o 294 a.C. Avendo completamente perso il suo rivestimento esterno costituito da grandi e irregolari blocchi rettangolari di pietra, oggi il monumento di Paikuli ha l’aspetto di un informe conglomerato. Le misurazioni mostrano che il riempimento interno della struttura, formato da pietre grezze unite da malta, misura approssimativamente 8.50 x 8.50 mt., suggerendo che il perimetro originale della struttura si aggirasse sui 9.50 x 9.50 metri. Il monumento era inoltre arricchito da diversi elementi decorativi quali merli a gradoni, colonne a tre quarti, busti monumentali del sovrano; elementi architettonici che richiamano ben noti stilemi dell’arte iranica.

Paikuli il monumento sasanide. Resti archeologici Dopo una fugace visita del celebre orientalista e ufficiale britannico Sir Henry Rawlinson nel 1844, fu solamente ad inizio del secolo successivo che si ebbero le prime indagini scientifiche sul sito di Paikuli e sull’iscrizione grazie al lavoro dell’archeologo tedesco Ernst Herzfeld. Herzfeld intraprese tre spedizioni a Paikuli (1911, 1913, 1923), tutte di breve durata, e nella sua monografia dedicata al sito (1924), egli considerò il monumento avere le sembianze di una torre, forse ispirata alla forma della Ka‘aba-ye Zardošt a Naqš-i Rustam; l’edificio turriforme di epoca achemenide ma di funzione ancora ignota, sulla quale il padre di Narseh, Šābuhr I, fece incidere la sua propria iscrizione trionfale. Attualmente una nuova disamina della struttura di Paikuli e della sua forma originaria è uno dei principali obiettivi della MAIKI.

Le rovine del monumento si ergono in un luogo molto evocativo dove la catena degli Zagros configura un’area di transizione fra due mondi, la Mesopotamia e l’altopiano iranico. Nonostante il passo di Paikuli possa oggi apparire un luogo isolato, ben diversa fu la situazione in periodo sasanide quando mercanti, soldati e nomadi, per non parlare di imperatori, passarono attraverso questo valico. Il passo di Paikuli e più in generale il territorio delle moderne province di Sulaimaniyah ed Erbil, formarono nel tardo antico un nodo focale di un articolato sistema stradario che connetteva la capitale Ctesifonte e il limes occidentale in Alta Mesopotamia con il cuore dell’altopiano iranico e ancor più lontano verso oriente. Almeno tre antiche strade, di nevralgica importanza per la vita e la coesione dell’impero sasanide, intersecavano quest’area. Le evidenze archeologiche ancora visibili sul territorio e le fonti storiche concordano nel sottolineare la valenza strategica di questa regione sia da un punto di vista economico che militare.

L'ISCRIZIONE

L' L’iscrizione bilingue che narra le gesta del sovrano Narseh era in origine incisa su due diverse pareti del monumento di Paikuli, quella occidentale recante la versione mediopersiana e la orientale quella partica. L’epigrafe di Narseh è una delle più significative fonti a noi pervenute sulla storia del primo periodo sasanide e sullo sviluppo delle lingue medio-iraniche. Questa infatti offre una serie di dati preziosi per la ricostruzione della geografia amministrativa dell’impero così come per la conoscenza della gerarchia di corte e delle cariche ufficiali. Il contenuto è quasi identico in entrambe le versioni tanto che, nonostante la scomparsa di numerosi blocchi, la lettura dell’iscrizione può essere agevolata dalla sovrapposizione dei due testi, maniera in cui si riescono a ricucire le numerose lacune che occorrono. È infatti seguendo tale metodologia che H. Humbach e P.O. Skjærvø (1978-83) furono in grado di migliorare in maniera sostanziale la ricostruzione filologica del testo, la cui prima edizione era stata offerta in un lavoro esemplare da E. Herzfeld nel 1924. Il contenuto dell’iscrizione può essere grosso modo suddiviso in due sezioni; La prima parte è introdotta dalla presentazione dei titoli regali di Narseh che affermano il suo status di Re dei Re dell’Ērān e del non Ērān secondo la tipica titolatura ufficiale sasanide. L’iscrizione prosegue poi con una lunga sezione narrativa che riporta gli eventi storici fino al confronto con Wahrām III e Wahnām e la loro sconfitta, descrivendo infine nel dettaglio la corrispondenza fra i Grandi del regno e il futuro sovrano.

La sezione finale dell’iscrizione include invece una lunga lista di nobili e dignitari che si recarono a Paikuli per giurare fedeltà a Narseh. Il registro linguistico dell’iscrizione ha uno stile arcaizzante e solenne; parimenti l’insieme del contenuto testuale preserva diverse formule e un patrimonio di motivi narrativi radicati nella tradizione epica orale e nel dualismo zoroastriano. Per questo motivo non è sorprendente notare che l’impresa del sovrano è lì inserita in un contesto mitico-religioso attraverso il quale le gesta di Narseh assumono una dimensione escatologica nell’ambito del confronto cosmico tra forze del bene e forze del male.

Ricostruzione dell'iscrizione bilingue di Narseh La distribuzione del testo sulle pareti copriva l’intera metà inferiore, proseguendo anche sulla base sporgente del monumento. La somma delle due versioni conta un totale di quindici filari di blocchi iscritti. Il testo mediopersiano è disposto su otto filari (A-H) per un totale di 46 linee testuali; l’epigrafe partica invece consiste di 43 linee distribuite su sette filari (a-g). Purtroppo nessun filare si è conservato nella sua interezza, mentre lo stato di conservazione dei singoli blocchi può variare di molto. L’ammontare del materiale iscritto attualmente noto o documentato è di 146 unità (84 Mp e 62 Pa), una cifra che secondo le stime dovrebbe corrispondere a poco più della metà del numero complessivo dei blocchi iscritti originari. La distribuzione del testo può cambiare da filare a filare, probabilmente in accordo a ragioni pratiche dovute alla conformazione del monumento. Sei è il numero standard di linee per blocco, comparendo su ben nove filari, mentre l’epigrafe tende a coprire l’intera superfice della pietra. Nel suo insieme l’iscrizione è incisa molto abilmente, lettere, parole e lo spazio divisorio fra di esse sono piuttosto regolari in forma e grandezza, evidenziando la cura con la quale lo scalpellino si dedicò ad un’opera di committenza regale. A Paikuli, come nelle altre evidenze epigrafiche coeve, fu impiegata la cosiddetta grafia monumentale o lapidaria, nella quale ogni singolo grafema è ben separato dagli altri.

L’attenzione nella progettazione si riflette anche nella maniera in cui l’epigrafe fu concepita, a Paikuli infatti è evidente un espediente escogitato per rendere maggiormente leggibile il testo. L’iscrizione fu invero incisa tenendo conto della prospettiva, con i filari più superiori recanti segni più grandi e quelli inferiori lettere di più minute dimensioni. Tale soluzione permise inoltre all’incisore di riempire, quando necessario, la superfice dei blocchi dei filari inferiori con un numero maggiore di linee, così come è il caso del filare mediopersiano G che ne conta ben sette.

A partire dal 2006, in collaborazione con il Museo di Sulaimaniyah, un team italiano di esperti ha intrapreso un nuovo studio del monumento conducendo survey estensive nella valle di Paikuli e analizzando il materiale epigrafico ora custodito nella collezione museale. Sebbene il museo ospiti attualmente solo un centinaio di blocchi iscritti, mentre molti dei pezzi documentati in passato sul sito siano oggi mancanti, lo studio condotto da MAIKI su questa collezione ha permesso di individuare la presenza di ben 22 blocchi iscritti inediti e mai documentati (Cereti/Terribili 2014) dando la possibilità di implementare le edizioni testuali esistenti.

LA PAIKULI COLLECTION DELLO SLEMANI MUSEUM

L a collezione di reperti provenienti dal sito di Paikuli rappresenta una delle più significative evidenze del patrimonio culturale del Kurdistan Iracheno ed è testimone di un’epoca in cui questa regione era un nodo strategico nel cuore di un potente impero. Nel corso degli anni ’90 del secolo scorso, in conseguenza di un concreto rischio di spoliazione del sito, la maggior parte dei blocchi iscritti e modanati, sono stati trasferiti insieme ai busti di Narseh al Museo di Sulaimaniyah per garantirne la salvaguardia. Attualmente sono ivi conservati 106 blocchi e frammenti appartenenti all’iscrizione bilingue di Paikuli (61 in mediopersiano e 45 in partico). Sebbene il numero dei blocchi iscritti documentati in passato fosse più alto, le attività di ricerca del team italiano, condotte sia sul sito che al museo, hanno permesso l’individuazione di 22 fra blocchi e frammenti che non furono mai inseriti nelle precedenti edizioni dell’iscrizione (Cereti/Terribili 2014) e che offrono nuovi dati tanto di ordine linguistico quanto storico.

Modello 3D busto ornamentale del sovrano sasanide Narseh. PaikuliNonostante la reale forma architettonica del monumento sia ancora dubbia, gli elementi decorativi della Paikuli Collection mettono in evidenza alcune caratteristiche della struttura evidenziando al pari l’originale piano architettonico concepito dalle maestranze sasanidi. Merli a gradoni, elementi a mezzaluna, colonne a tre quarti poggianti su massicce basi campaniformi, adornavano le mura e la sommità del monumento sottolineando l’eccezionale status sociale del committente. Esempi di ogni singolo elemento sono quest’oggi conservati allo Slemani Museum e formano una cospicua parte della collezione. Nel corso delle campagne condotte da MAIKI la documentazione di tale materiale è stata acquisita attraverso un sistema integrato topografico e fotogrammetrico, dando la possibilità di elaborare modelli 3D dei singoli elementi o di importanti sezioni architettoniche.

Tra gli elementi ornamentali del monumento figurano anche i cinque busti che raffigurano Narseh e che possono considerarsi tra i reperti più evocativi dell’intera collezione. Ognuno di essi reca le caratteristiche distintive dell’iconografia regale sasanide, rispecchiando il nucleo concettuale e simbolico che la sostanziava. Quattro di questi busti sono scolpiti in alto rilievo e furono modellati rifacendosi a un medesimo prototipo, mentre riguardo alla loro collocazione, Herzfeld ha supposto che fossero inseriti al centro di ognuna delle quattro pareti del monumento.

Particolarmente significativo è il quinto busto di Narseh, il quale a partire dalle considerazioni di Herzfeld (1924) venne considerato un pezzo scartato abbandonato in loco e fu di conseguenza ignorato dagli studi accademici successivi. Grazie alla ricostruzione 3D eseguita dalla MAIKI con la collaborazione dello Studio 3R, è stato possibile acquisire una migliore conoscenza di questo busto riconnettendo i due frammenti ancora esistenti della scultura originale. Il modello virtuale congiunge il tronco del busto con un massiccio frammento della corona di Narseh e del suo korymbos; quest’ultimo era un velo di seta che racchiudeva la capigliatura del sovrano sasanide e che risulta essere uno dei simboli distintivi della maestà regale. Nonostante la mancanza del volto e della fronte del sovrano, la dimensione complessiva di una tale solenne effige può ora essere apprezzata al meglio. Il quinto busto possiede un’ulteriore caratteristica che contraddistingue questo pezzo dalle altre raffigurazioni di Narseh ritrovate a Paikuli. Tale immagine infatti è scolpita a tutto tondo; la cura con la quale sono stati modellati anche i dettagli della parte posteriore del busto, fra i quali si distinguono i nastri del diadema regale e i riccioli della capigliatura, è ancora pienamente visibile e sembra escludere il fatto che si tratti di un elemento scartato. In realtà il quinto busto di Narseh a Paikuli ci offre uno dei rari esempi sopravvissuti di statuaria regale a tutto tondo nell’ambito dell’arte sasanide.